venerdì 14 gennaio 2011

Il mio nome è Rosso - Orhan Pamuk

Se ne "Il museo dell'innocenza" mi ha sorpreso la scoperta di una Turchia vicina e europea, in questo romanzo trovo una Turchia remota e gelida, coperta dalla neve e soprattutto orientalissima.
Non è una lettura facile, anzi richiede molta attenzione e si procede non senza sforzo, specialmente al principio. A volte ripetitivo e pedante come il mondo che racconta, quello della miniatura. 
Ci troviamo nel 1591 a Istanbul; al centro della storia un amore (come no!), un libro segreto e pericoloso, una serie di omicidi. Non è difficile vedere in queste pagine un corrispettivo ottomano de Il nome della rosa: anche qui si confrontano due mondi, il vecchio e il nuovo, anche qui è fondamentale la relazione fra maestro e allievo.
C'è di più. La cadenza ternaria di alcuni racconti, espressi secondo la scansione: tesi, antitesi, sintesi. Il conflitto eterno fra oriente e occidente. Il tema della cecità come premio.
Orahn Pamuk è alla costante ricerca di nuove forme di espressione letteraria, perfino in un romanzo in apparenza così tradizionale: tutti i personaggi - alcuni dei quali realmente inaspettati - parlano in prima persona rivolgendosi direttamente al lettore.

Questo autore mi piace sempre di più: mentre leggevo questo libro, ne ho comprati altri due.

P.s.: Proprio in questi giorni ho comprato una macchina rossa. Sarà un caso?





mercoledì 5 gennaio 2011

Copenhagen - Michael Frayn


Senza dubbio una delle opere migliori che abbia mai letto.

L'incontro fra due uomini straordinari, i fisici premi Nobel Bohr e Heisemberg, l'uno maestro dell'altro, legati da un rapporto strettissimo prima e separati dalla guerra poi. Entrambi lavorano al progetto della bomba atomica, il primo per gli alleati mentre il secondo per la Germania nazista. Il paradosso sta nel fatto che saranno alla fine i "buoni" a costruire la bomba e ad utilizzarla.
Un'opera che parla dell'umanità, del Bene e del Male, attraverso le parole di tre personaggi (il terzo è la moglie di Bohr).
Dimenticavo di dire che si tratta di una pièce teatrale, ma si può leggere come un romanzo.
L'autore, il drammaturgo inglese Michael Frayn, è internazionalmente famoso per aver scritto quel incredibile marchingegno chiamato Rumori fuori scena.
Copenhagen,  pubblicata nel 1998, si inserisce nel solco tracciato da Brecht con Vita di Galileo, a cui viene spesso, e non a sproposito, paragonata.

In Italia è stato messo in scena da Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice con la direzione di Mauro Avogadro.


lunedì 3 gennaio 2011

I Buddenbrok - Thomas Mann

Ho riletto I Buddenbrock, è veramente inossidabile.
Il declino di una famiglia alto-borghese nella Germania del XIX secolo attraverso il racconto delle vicende di quattro generazioni.
Mann guarda con rimpianto ad un mondo che non esiste già più mentre lui scrive. I personaggi sono quasi scolpiti tanto sono vividi e i loro capricci e manie non risultano mai antipatici. Tutto il racconto è attraversato da una ironia feroce e quasi impercettibile. Le vicende tragicomiche di Tony sono indimenticabili.
Sorprende pensare che l'autore aveva 26 anni al momento della pubblicazione e in effetti sarà difficile trovare la stessa ironia nelle opere successive (tutte magnifiche). Quello che rimane invariato in tutta la produzione del tedesco è invece la passione per la musica: verso la fine del romanzo la descrizione di una improvvisazione al piano del giovane Hanno potrebbe essere ai giorni nostri - senza cambiare neanche una parola - per descrivere il jazz!

L'edizione italiana non riporta il sottotitolo voluto dall'autore: Verfall einer Familie, decadenza di una famiglia.



domenica 2 gennaio 2011

Vita e destino - Vasilij Grossman

Vasilij GrossmanUn romanzo corale. Magnifico.
L'autore è ebreo ed ucraino, ingegnere, convinto militante sovietico prima e dopo la morte di Stalin acceso contestatore del regime. Negli anni Sessanta si propone l'impervio compito di scrivere il Guerra e pace del ventesimo secolo e, fatto straordinario, ci riesce!
La lettura non è semplice perché le mille pagine scoraggiano un po', i personaggi sono innumerevoli e tutti con tre nomi, gradi di parentela, eventuali soprannomi, chi ha familiarità con la letteratura russa sa di cosa sto parlando. Tuttavia è assolutamente gratificante e ci si accorge sin dalle prime righe di trovarsi di fronte ad un classico.
La descrizione della morte nelle camere a gas è fra le pagine più strazianti e più belle che abbai mai letto.
Adelphi pubblica la prima traduzione integrale in italiano sul testo russo. 
Chi volesse approfondire le tematiche trattate nel libro o conoscere la vita dell'autore può leggere l'eccellente post pubblicato nel blog non solo proust: http://nonsoloproust.splinder.com/post/19420987


Le benevole - Jonathan Littell

Le benevoleUn'edizione Einaudi molto elegante con uno splendido Fontana in copertina, il successo sin dalla prima pubblicazione, mille pagine, un argomento terribile e inesauribile come la seconda guerra mondiale, insomma un libro che ha tutte le qualità per essere straordinario. Non è così, almeno non per me. 
Un ex ufficiale delle SS racconta in vecchiaia le proprie vicende che lo hanno portato ad essere protagonista di alcuni dei momenti più significativi del conflitto mondiale, da Stalingrado ai lager, come una specie di Forrest Gump nazista.
Ad arricchire la trama una omosessualità repressa e violenta, un'amore incestuoso, l'omicidio dei genitori (non ci facciamo mancare niente) e una serie di incubi anali veramente morbosi.
Non c'è pentimento nelle sue "confessioni", ma una sorta di fatalismo che lo porta a dire che ogni persona al suo posto avrebbe fatto lo stesso e si sarebbe macchiata degli stessi terribili crimini più che per opportunismo per senso del dovere. In realtà alcune persone (seppur poche) si sarebbero comportate diversamente e ignorare questa riflessione è la prima e più grave colpa di questo romanzo. Se l'intenzione dell'autore era di evitare il moralismo, in realtà negli esiti si abbandona al qualunquismo.
E evidente che Littell si è preparato per affrontare la scrittura di questo tomo poderoso, però proprio questa attenzione ai gradi militari e alla burocrazia nazista risulta un po' noiosa.   
La parte migliore del racconto è l'incontro con un prigioniero comunista che riflette sulle affinità dei totalitarismi, ma siamo ad anni luce di distanza dalla profondità di Vita e destino di Grossman. 


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